La prima stagione di “Atlanta” è stata appena trasmessa in Italia da Fox.

A parte i professionisti dell’insegnamento, le persone che espongono o tentano di spiegare all’esterno un tema che conoscono a menadito o una realtà in cui sono completamente immersi soprattutto per lavoro e magari da tanti anni, fanno fatica a non dare nulla per scontato, a trovare un linguaggio che non sia tecnico e a seguire ogni passaggio logico che faccia capire a tutti quello che stanno esponendo. La testa di chi è profondamente calato in un ambiente, quando deve raccontare questo a chi fa parte di tutt’altro mondo, deve penare, e non poco, per farsi capire. L’ambiente di Donald Glover aka Childish Gambino è l’hip hop. Atlanta, la sua serie tv, che ha ideato, scritto, diretto e prodotto, tenta proprio di raccontare l’hip hop e come questo viene percepito all’esterno, e il racconto sembra giocare con la dinamica accennata qua sopra, quella costante che vede chi fa parte di una realtà a tempo pieno avere molta difficoltà a spiegarla all’esterno. Glover pare avere preso coscienza di questo, aver traslato tutto, a più livelli, nella narrazione e aver creato così il campo per ironizzare e rendere il racconto originale e comprensibile. Atlanta è pieno di ellissi temporali in cui si omettono alcuni raccordi nella narrazione che potrebbero, e in qualche caso “dovrebbero”, mostrare la successione dei fatti e il loro legame — come avviene in tutti i racconti lineari — ma anche spiegare alcuni passaggi logici come accade, in altri casi, quando si abusa di flashback o flashforward. Per esempio gli sviluppi legali e penali creati dall’incidente scatenante di tutta la serie, la sparatoria mostrata all’inizio, vengono giusto accennati e poi abbandonati: le conseguenze che lo spettatore si aspetta vengono, insomma, tralasciate a favore di altro che diventa il succo del racconto, ossia la vita dei protagonisti, più o meno la stessa che — presumibilmente — avevano prima del conflitto a fuoco messo subito in scena e i cui sviluppi restano oscuri, perché in Atlanta si racconta più che altro il cazzeggio, l’arte di vivacchiare, la capacità di tirare avanti a ritmi lenti di Earn, Paper Boy e Darius. La conseguenza più importante è che Earn diventa manager improvvisato di suo cugino Paper Boy che, però, è un rapper quasi per caso: i due protagonisti hanno trovato un ruolo da darsi rispetto alla loro vita precedente, come se non potessero avere un altro destino data la loro natura, e qui entra in ballo il racconto. Lo spettatore continua a venire catapultato in situazioni che, prima di tutto, vogliono raccontare, sempre con ironia, il conflitto tra le persone che animano l’hip hop o ne fanno parte e il mondo esterno. In alcuni casi chi guarda resta in sospeso sulle conseguenze di certe azioni e può solo dedurle e, quasi sempre, le sue aspettative vengono disattese. Però non importa, perché Glover ha optato per giocare con la materia che conosce a menadito nel tentativo di raccontarla senza seguire alla lettera i canoni narrativi più diffusi. E alla fine ride sia chi coglie certe sfumature perché conosce il mondo hip hop sia lo spettatore meno addentro alla materia. Forse ognuno continuerà a farsi il proprio “film” sull’hip hop ma in qualche modo questo è inevitabile.

Manager – Atlanta Season 1 Official Trailer- FX from Cre8ive Arsenal on Vimeo.

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